lunedì, 29 settembre 2008
The Burning Plain
di Guillermo Arriaga

Chi ha un minimo di familiarità con il cinema di Alejandro González Iñárritu, regista con cui Arriaga ha collaborato in qualità di sceneggiatore sin dai tempo di Amores Perros, non avrà nemmeno bisogno di sentirsi raccontare la trama, perché una vaga idea può farsela senza difficoltà e con basse probabilità di errore: gente infelice (meglio se di diverse etnie) o mediamente felice prima dell'arrivo di una tragica fatalità, diverse storie che apparentemente nulla hanno a che spartire l'una con l'altra, magicamente unite dal rosso filo del destino che si dispiega e rivela agli occhi dello spettatore più o meno ai due terzi del film, quando il colpo di scena arriva a prenderci dolcemente per mano conducendoci verso l'incerto futuro. Bene.



Detto questo, The burning plain non è l'immane boiata che preannunciava di fronte a tali premesse per chi, come me, si schiera con veemenza fra i detrattori di Inarritu - chi ha un po' di confidenza con questo blog probabilmente sa già di cosa parlo, anche se il post-capolavoro lo scrisse lui anni fa (quel blog è inattivo da secoli ma citarlo di tanto in tanto fa sempre bene)*. Si avvicina comunque molto di più allo splendido Le tre sepolture che ai lavori di quell'altro messicanaccio che non vogliamo nominare di nuovo. Arriaga intreccia le vite dei suoi protagonisti, figure miserabili ma dignitose (tranne  Charlize Theron, tanto sopraffatta dalle colpe nascoste nelle pieghe del proprio passato per vivere un presente sereno, tanto incapace di intessere rapporti umani "sani" da gettarsi ogni sera in pasto di tutti quegli uomini che la divorano con lo sguardo), in cerca di riscatto o di un futuro diverso da quello che il destino sembra offrire loro, lasciandoli letteralmente travolgere dai maestosi paesaggi che li circondano: chi inghiottito fra le lunghe fila di campi da irrigare in Messico, chi annichilito nel cuore di un'arida pianura in Texas, chi in balia dei venti e delle maree che assalgono le maestose scogliere di Portland.



Chiude il quadro un ottimo cast, su tutti la bellissima e inaspettatamente già maggiorenne Jennifer Lawrence, (Charlize Theron invece continua inutilmente ad imbruttirsi per sembrare più seria, ma comincio a pensare che sia solo una tattica per arrivare alla mezza età/vecchiaia senza farlo sembrare un improvviso tracollo verticale come accade a talune, e in quel caso ha tutto il mio rispetto). L'impressione complessiva è che Arriaga potrebbe avere ancora molto da dire, a condizione di riuscire a liberarsi del modello preconfezionato di sceneggiatura a incastro-e-flashback che oggi è in gran voga, ma che molto spesso serve solo a coprire una preoccupante mancanza di idee.




* Certo non è il massimo andare a vedere un film domandandosi "sarà una merda-merda o si salverà almeno un pochino?" - Beh, caro Guillermo, che questo serva a farti capire che le amicizie bisogna scegliersele con più attenzione!
postato da: MissVengeance alle ore 29/09/2008 09:17
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categoria:cinema, 2008, cinebloggers
sabato, 27 settembre 2008
Si è detto tanto, nei giorni scorsi, su David Foster Wallace. Ci sono state polemiche, lacrime, discorsi ridondanti e superflui alternati ai silenzi lunghissimi di chi non sapeva davvero più cosa dire. Perché deprimersi per la scomparsa di una persona che non si conosceva nemmeno può risultare strano, ma mettersi a fare polemiche al riguardo mi sembra ancora più sbagliato e ridicolo.
Un modo per mettere di nuovo tutti d'accordo forse l'ha trovato Trino, che con impegno e dedizione ammirevoli ha deciso di tradurre un racconto di D.F.W. pubblicato lo scorso anno sul New Yorker.
Bravo. E grazie.
postato da: MissVengeance alle ore 27/09/2008 11:16
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categoria:fate finta che questo sia un tum
martedì, 23 settembre 2008
Burn After Reading
di Ethan e Joel Coen


Va bene, lo ammetto: l'attesa smodata uccide il cinema. Riguardare mille volte il trailer di un film serve solo a perdere la spontaneità della risata quando ci si trova di fronte ad una di quelle gag viste e riviste troppe volte per suscitare ancora quella genuina sorpresa di fronte al film intero. Ed ecco, riassunto in tre righe, quello che mi è successo ieri.

Eppure non è solo questo: Burn after reading è un film divertente (e ai fratelli Coen va almeno riconosciuto il merito di essere concisi, fosse durato più di 90 minuti il mio giudizio sarebbe probabilmente molto più negativo). Si fa guardare, per così dire, ma a due che sette mesi fa sono riusciti a conquistare tutto, pubblico, critica e riconoscimenti ufficiali, con quella cosa enorme che è No country for old men, da due così mi aspettavo, come dire?, qualcosa di più concreto.
Sia chiaro, essere futili non è necessariamente un difetto, ma i personaggi, più che "volutamente stupidi", come si sente ripetere ovunque da giorni, mi sono sembrati invece privi di spessore e carattere, macchiettistici come in uno sketch e incapaci di suscitare una risata sincera per qualcosa che andasse oltre il modo di ballare di Brad Pitt, saltare malamente un recinto o ripetere ossessivamente una frase banale fino a renderla comica per esasperazione. Le singole interpretazioni (su tutti Frances MacDormand) sono ottime, a tratti davvero esilaranti, ma il risultato complessivo è povero e senz'anima, e credo che la presenza di quel paio di scene in cui compare JK Simmons ne sia la prova lampante. Lui è il deus ex-machina, trovata che ho sempre trovato fastidiosa e un po' ridicola, ma che almeno nell'antica Grecia serviva a stupire il pubblico per via dei macchinoni usati in scena, mentre qui al massimo fa l'effetto contrario: appare a metà del film nel tentativo di rimettere insieme tutti i pezzi della trama e poi torna per incollare alla sceneggiatura l'ultima pagina col finale traballone, di quelli che te li immagini scritti a matita, con la grafia un po' tremante perché in aereo non c'era abbastanza spazio per appoggiare il foglio. E non c'è neanche bisogno di immaginarsi una scenetta per capire com'è andata (ma lo farò lo stesso perché non so come finire il post, ah, l'ironia del destino), basterà mettere Joel e Ethan Coen al posto di Simmons e socio nella scena finale in ufficio:

"Quindi aspetta, ricapitoliamo: chi è che è morto?"
"Dai, i due sfigati"
"Ah, si. Giusto. E adesso?"
"Eh. Boh. Basta, dai"
"Mh. Ok"
"..."
"..."
"Che c'è?"
"Niente, solo pensav.. Mettici un paio di fuck in più, che fanno ridere. Eheh"
"Bravo! Perfetto!"
The end.
postato da: MissVengeance alle ore 23/09/2008 12:49
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lunedì, 15 settembre 2008
Hancock
Di Peter Berg

Hancock è un’interessante esempio di quello che potremmo definire "metacinema inconsapevole", in cui il chiaro intento del regista o chi per lui è quello di fare un po’ il punto della situazione sulla febbre da supereroe che negli ultimi anni ha, cinematograficamente parlando, non solo preso il sopravvento ma anche perso ogni controllo e senso del buon gusto. L’obiettivo di Berg, io presumo, è però quello di portare sullo schermo un film che funzioni indipendentemente da quanto appena detto, in cui tutte le riflessioni sull’altalenante condizione del cinema supereroistico siano parte di un sottotesto accessibile solo grazie ad una lettura più profonda, per lasciare alla trama la possibilità di emergere autonomamente: insomma di fare un buon film d’intrattenimento, capace però di accattivarsi anche le simpatie di chi vorrebbe qualcosa di più.

Il risultato, purtroppo, non sa essere all’altezza di tali nobili ideali, e finisce drammaticamente per riversarsi contro tutte le precedenti considerazioni: non c’è bisogno di un protagonista così poco empatico per raccontarci in modo insolito cosa possa voler dire per una persona comune ritrovarsi con i superpoteri. Non c’è bisogno di sacrificare l’azione per cedere il passo alle riflessioni, o meglio: ci potrebbe anche stare, ma non se l’azione è sostituita da lunghi, noiosissimi dialoghi su un passato di cui non conosciamo e non conosceremo mai nulla al dilà di quei cinque minuti di spiegazioni gentilmente concessi a un quarto d’ora dalla fine del film. Il più grosso difetto di Hancock, forse, sta nel suo essere film e non pilot di una serie televisiva. Il risultato è un'ora e mezza di precario equilibrio fra azione e commedia, introspezione e bambini scagliati nel cielo, che onestamente non giovano in alcun modo ne' alla sceneggiatura ne' alla nascita di un dibattito costruttivo. E soprattutto non basta dare un colpo di telefono a Michael Mann chiedendogli di fare una comparsata sul set per trasformare una scena fracassona in un'intuizione geniale che trasuda muscolacci e male di vivere.

Magari la penso così perché ne sto guardando troppe e le sinapsi nel mio cervello sono completamente bruciate, ma io credo che l’idea di sviluppare in ottanta minuti la storia di un supereroe dalle così alte potenzialità a livello di trama sia uno spreco non risolvibile neppure con l'apporto di un eventuale sequel: chi tornerebbe al cinema solo per sentirsi raccontare un episodio pescato a caso dal calderone del passato di Hancock? Io no grazie, ci sono già cascata con X Files.
postato da: MissVengeance alle ore 15/09/2008 07:58
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domenica, 14 settembre 2008
David Foster Wallace, 21 Febbraio 1962 - 12 Settembre 2008.

Penso che il modo migliore per onorarlo sia decidermi una volta per tutte ad iniziare Infinite Jest. Eppure in questo momento non riesco a fare altro che chiedermi perché.

postato da: MissVengeance alle ore 14/09/2008 09:16
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venerdì, 12 settembre 2008
Pranzo di Ferragosto
Di Gianni Di Gregorio

Poche cose, dal rientro dalle vacanze, sono state capaci di infondermi un senso serenità e gioiosa partecipazione come questo piccolo, minuscolo, meraviglioso film di Gianni di Gregorio, giustamente premiato a Venezia come miglior opera prima. Mi domando se il motivo del mio entusiasmo possa risultare comprensibile al difuori dei confini del grande raccordo anulare, ma a giudicare del piccolo ma inaspettato successo che la pellicola sta ottenendo nelle sale, la risposta sembrerebbe essere positiva.
Il fatto è questo, molto semplicemente: Pranzo di Ferragosto, nei suoi settanta minuti scarsi, racconta Roma come forse nessuno era più riuscito a fare dai tempi dell’Accattone di Pasolini. Non la elogia con vedute maestose e tuffi in fontana, ma ne coglie lo spirito profondo che si cela dietro gli occhi sinceri delle persone, spesso letteralmente abbracciate da una macchina da presa che non teme di svelare quelle rughe profonde che il tempo e la vita hanno conferito senza fare economia tanto alla città quanto ai suoi abitanti. Il film scorre via piacevolmente, la sala di Testaccio in cui sono finita con mia madre la scorsa domenica pomeriggio è gremita di persone di tutta l’età che ridono, ridono continuamente non solo per l’effetto comico di alcune situazioni, ma per autentica e commossa partecipazione. Se non è amore questo, io non lo so.
postato da: MissVengeance alle ore 12/09/2008 10:26
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martedì, 02 settembre 2008
X Files - Voglio crederci (The X Files: I Want to Believe)
di Chris Carter


Inconsciamente sono stata portata a cogliere il titolo del film come una specie di esortazione, un barlume di speranza da non lasciar spegnere. Ho fatto male. Il titolo si riferiva, effettivamente, a cose inerenti la trama del film e, sarà bene specificarlo, la trama del film fa schifo. Ancor più del fatto di essere del tutto fuori tempo massimo, infatti, X Files è un film di rara bruttezza perché privo di idee, di suspence, di (auto)ironia, di capacità di suscitare il minimo interesse, ma soprattutto privo di alieni. Perché, ecco, fra le altre cose che uno può pensare leggendo il titolo "I want to believe", soprattutto messo vicino al nome di quella serie televisiva tanto famosa che spopolava negli anni '90 e con cui questo film sembra condividere gli attori protagonisti e nient'altro, insomma leggendo quella cosa lì uno può anche pensare che ci siano degli alieni. O delle risposte a questioni lasciate irrisolte dal telefilm. O, non lo so, qualunque cosa che non fosse così mortalmente simile ad una puntata della signora in giallo, ma coi cani a due teste.
Avrei potuto immaginarlo, non fossi stata accecata da antichi ricordi di giorni felici in cui, piccina, coi capelli rossi e un cugino amante degli alieni, non potevo far altro che trascorrere i pomeriggi estivi a caccia di astronavi nascoste tra i ridenti colli della Sabina. E immagino che non sarò l'unica a correre al cinema sulla scia di ricordi felici: ebbene, non andate. Non rovinate un così bel ricordo di voi stessi e della vostra adolescenza passata dietro a teorie complottistiche. Non lasciate che il mio sacrificio sia stato vano. Non fatelo. Davvero. No.
postato da: MissVengeance alle ore 02/09/2008 13:52
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categoria:cinema, 2008