giovedì, 26 giugno 2008
La cosa migliore che un film possa fare è quella di mettermi voglia di saperne di più: di vedere ancora, di attivarmi alla ricerca di altri film dello stesso regista o che trattino lo stesso tema, di farmi uscire di sala fremente e pronta rivedere tutto daccapo per capire meglio, per approfondire, per dedicarmi ai particolari.
Bene, negli ultimi trenta giorni mi è successo almeno due volte, e lo dico chinando il capo e cospargendolo di cenere, perché prima d'ora non avevo visto nulla o quasi ne' di Matteo Garrone ne' dei fratelli Dardenne.
Di questo stiamo parlando, ma andiamo con ordine:

Gomorra
di Matteo Garrone

Vincitore a Cannes del premio della giuria (e nel mio cuoricino palpitante di ogni altro possibile premio), è un CAPOLAVORO. Non giriamoci tanto intorno, che di cose da dire ce ne erano tante ma sono state già dette tutte da gente più brava di me (che non linkerò, tanto lo sapete di chi sto parlando). Gomorra è l'incarnazione concreta di tutto quello che il cinema italiano dovrebbe essere, o almeno di come dovrebbe essere per me: una regia intensa e predominante ma mai invadente, una storia di fondo (in questo caso più d'una, e ben venga) carica, capace di annichilire con la propria cinica freddezza, un finale che sembra di annegare in una pozza di cemento come ai bei tempi. I titoli di coda, con le note stranianti composte per l'occasione da Robert del Naja dei Massive Attack, lasciano atterriti sulla poltrona, chiosa perfetta per un film capace di annientare a tal punto: fanculo i paragoni col libro di Saviano (che non ho letto): se Gomorra è un capolavoro lo è per meriti propri, alla faccia de chi ce vò male.

Massive Attack - Herculaneum

Le silence de Lorna (un post che continua da qui)
di Jean-Pierre e Luc Dardenne,
è una meraviglia.
Riprende il tema dell'immigrazione, già trattato similmente ne La Promesse, e come nel film che vedeva protagonista il quindicenne Jéremie Réniér anche stavolta ci troviamo di fronte ad un personaggio apparentemente forte, determinato e sicuro delle proprie scelte, di cui conosceremo il progressivo, devastante cambiamento. La vera novità è il modo in cui la storia è raccontata: abituati allo stile sobrio ed essenziale dei fratelli Belgi, si resterà sorpresi di fronte a questa storia carica di pathos, invasa dai suoni e dalla musica quando ci aspetteremmo il consueto assordante silenzio (dEUS, Ghinzu, Girls in Hawaii - praticamente il proseguimento naturale di In Bruges, l'ente culturale ringrazia, le mie orecchie anche). Insomma magari non capisco niente e i Dardenne sono dei traditori caduti nel tranello del cinema mainstream, abbandonando la camera traballona e il vuoto attorno, però ho pianto come una CRETINA (cit.) per tutto il tempo.
Belgians do it better, provare per credere:

dEUS - Instant Street (video)
dEUS - Nothing Really Ends (live)
Ghinzu - Do you read me? (video)
Girls in Hawaii - Found in the Ground (video)


postato da: MissVengeance alle ore 26/06/2008 11:43
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mercoledì, 25 giugno 2008
Ho visto Gomorra.
postato da: MissVengeance alle ore 25/06/2008 09:19
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domenica, 22 giugno 2008

Sono tornata. Il flmato fa un po' cagare (e sono anche fuori tempo massimo per parlare del concerto, ché visti i tempi che corrono ormai fa già parte della preistoria), ma quel che conta è il pensiero, e il fatto che a occhio e croce chi stava riprendendo non era lontanissimo da me. Chissà invece dov'erano Brad Pitt e Ed Norton, per la miseria. Baci a chi c'era, e speriamo che la prossima volta vada meglio.
postato da: MissVengeance alle ore 22/06/2008 22:44
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venerdì, 13 giugno 2008
Entre les murs, palma d'oro all'ultimo festival di Cannes,è in realtà un remake del film di Daniele Luchetti La Scuola. O almeno questo è quello che vado sbandierando da ventiquattro ore, senza poi pensarlo davvero. Cioè, un po' si, perché le due ore di Entre les Murs ricalcano passo passo tutte quelle dinamiche scolastiche su cui si basava il film con Silvio Orlando, con la differenza che qui la narrazione si dilata fino a coprire l'intero anno scolastico, non limitandosi quendi alla fase degli scrutini finali. La prima differenza davvero interessante a saltare all'occhio però è che se anche qui la scuola è vista principalmente attraverso lo sguardo di un professore di lettere coordinatore di classe, non si tratta di un personaggio interamente positivo: ce la mette tutta, è vero, ma si diverte anche a spronare i suoi allievi prendendoli un po' in giro, reagendo alle provocazioni con eccessivo sarcasmo e senza mai attribuirsi la minima colpa se la classe è lo schifo che è.
Va anche detto che mai titolo è stato più azzeccato: non un solo istante la telecamera si allontana dai confini scolastici, tutto il piccolo universo descritto inizia e finisce col suono della campanella, ma tanto basta a tinteggiare un ritratto più che verosimile di quella prima forma di vita sociale cui gli studenti sono costretti a prendere parte.

No, non ci siamo. Ma chi voglio prendere in giro. Ricomincio.

Entre les murs è un film che mi fa incazzare perché il liceo l'ho odiato dal primo all'ultimo giorno, e ancora oggi a distanza di quanti, cinque anni?, continuo a rivivere quei giorni come un incubo, avrò sognato almeno un centinaio di volte di ritrovarmi sui banchi di scuola, di dover rifare gli esami per colpa di un errore burocratico, o di dover ripartire dal ginnasio, con l'angoscia delle interrogazioni di filosofia, le versioni di greco e tutto il resto.
Però entrambi i miei genitori sono professori, come anche un sacco d'altra gente nella mia famiglia, brutta roba le coincidenze, e se c'è una cosa che non mi è mai mancata (mentre la voglia di studiare è sempre stata indubbiamente pochina) è il rispetto verso il prossimo, verso chi lavora e si sbatte per cercare di spiegare mentre venti scalmanati si inventano ogni scusa possibile per uscire di classe, fare rumore e interrompere la lezione.
Ora, io ho passato tre quarti di film a conficcare le unghie nel bracciolo della poltrona, provando istinti omicidi verso quel branco di mostri fastidiosi, attaccabrighe, fannulloni e ingrati - INGRATI, da scrivere in maiuscolo, se c'è un messaggio espresso davvero con forza nel film è che le parole sono importanti, vanno usate appropriatamente e nel giusto contesto, e non c'è altro modo per descrivere questi piccoli maleducati, la vergogna delle proprie famiglie, che non solo passano nove mesi a scuola con un professore di lettere che avrei acceso un cero alla madonna per averne uno bravo e simpatico anche solo la metà e riescono comunque ad arrivare a fine anno senza aver imparato un cazzo di niente, ma sono anche capaci di attaccarsi ad ogni cavillo pur di ribellarsi. Ribellarsi a cosa? Alle ingiustizie, ah, professore, lei ce l'ha con me! Si brutta stronza con l'apparecchio, ce l'ho con te, fai schifo! Ecco cosa avrei risposto io, ed ecco perché non farò mai l'insegnante.
Fermatemi. E meno male che per quest'anno le scuole sono finite o stamattina uscivo di casa e andavo a fare una strage indiscriminata di quindicenni.



The Decemberists - Sixteen Military Wives
postato da: MissVengeance alle ore 13/06/2008 23:37
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giovedì, 12 giugno 2008
Mentre vedevo Le Silence de Lorna ieri sera, al cinema Nuovo Sacher di Roma, ho pensato svariate cose. Quasi tutte inerenti il film, fortunatamente, ma di quello ne riparliamo domani, quando avrò fatto ordine fra le idee e smaltito la fase di esaltazione che mi porta spesso a scrivere cose di cui mi pento nel giro di poche settimane.
La prima cosa che ho pensato però, vedendo Jérémie Renier ridotto a relitto, magrolino con le occhiaie in piena fase rehab, ma ancora con gli stessi occhioni pucci, i cd dei dEUS e dei Girls in Hawaii nello stereo sempre acceso e la schiena perfetta, ho pensato che bisogna essere proprio CRETINE per sposare Jérémie Renier, farlo dormire sul pavimento in soggiorno e pretendere pure dei soldi in cambio. Si può essere più CRETINE? Al momento mi sono venuti in mente solo due esempi più STUPIDI, e ho quindi optato per una breve top five di uomini perfetti sprecati nelle mani di donne STOLTE.

Quindi:

1) Warren Beatty ingiustamente sfruttato e maltrattato per tutto il film da Julie Christie in McCabe and Mrs Miller di Robert Altman.
2) Winona Ryder che rifiuta l'impacciata dichiarazione d'amore di un imberbe Christian Bale in Piccole Donne di Gillian Armstrong.
3) Come da introduzione, Arta Dobroshi che tratta a pesci in faccia Jérémie Renier e cerca in ogni modo di accelerare le pratiche per il divorzio.
4) Kate Winslet che riduce a uno straccio d'uomo Jim Carrey in Eternal Sunshine of the Spotless Mind di Michel Gondry.
5) Cathy Downs che continua a struggersi dietro a Victor Mature mentre Henry Fonda sta a guardare e osa a malapena invitarla a messa in My Darling Clementine di John Ford.

Fuori classifica (perché si tratta di chiaro caso di CRETINERIA reciproca), a vegliare dall'alto su ogni forma di sfiga amorosa e incapacità nel riconoscere l'ammore quando ti passa davanti, Maggie Cheung e Tony Leung che si struggono e cambiano decine di splendidi vestiti tra le stanze di In the mood for love.


La mia memoria è notoriamente lacunosa quanto il mio background cinematografico, quindi ogni consiglio e suggerimento volto ad ampliare la classifica è più che benvenuto.
postato da: MissVengeance alle ore 12/06/2008 12:53
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mercoledì, 11 giugno 2008
Le tre scimmie (Üç maymun)
di Nuri Bilge Ceylan


Premiato a Cannes per la miglior regia, Tre Scimmie è senza ombra di dubbio il migliore tra i film visti finora alla rassegna romana dedicata al festival (nonché l'unico). Brevemente: una famiglia di tre elementi trova sempre nuovi e fantasiosi motivi per mentirsi, nascondere colpe e segreti e mandare sistematicamente tutto a puttane.

Le atmosfere plumbee virate sul verde cupo che caratterizzano l'intero film lasciano presagire una notevole pesantezza di fondo sin dalle prime scene, tanto nella messa in atto quanto nel soggetto. Ed ecco infatti, immersa in una tangibile calura estiva che non lascia scampo, la storia di una famiglia in cui, se non la menzogna, i silenzi e le omissioni rivelate da sguardi colpevoli e carichi di rimorso portano ad un progressivo, irreversibile crollo. Come le scimmie del titolo nessuno parla, nessuno vede o sente: i lividi e le ferite di cui torna coperto il figlio dopo un pomeriggio passato chissà dove, quel fascio di banconote poggiate sul tavolo, il fantasma mai sopito di una morte prematura che continua a tormentare il sonno. Non c'è risposta a tutto questo, semplicemente, perché nessuno vuole sapere.


Un film cupo e asfissiante, sì, ma mai del tutto capace di colpire a fondo e trasmettere quel tragico dolore che trasforma in isole i tre protagonisti. Troppo "festivaliero" (mi si passi il termine, anche se fa il paio con "americanata"), a tratti è sostenuto quasi interamente dall'interpretazione di Hatice Aslan, il volto segnato dalle preoccupazioni e lo sguardo eloquente.
C'è da dire però che passerà del tempo prima che riesca a levarmi di testa quell'incipit claustrofobico, quei cielo carico di nuvole che si staglia sul mare, i colori lugubri che ricordano tanto certe sere qui a Roma quando soffia lo scirocco, vento delle passioni più sconsiderate che sopraggiunge senza preavviso a spalancare finestre e portoni.

Ed ora, video a tema:


(The Kinks - Sunny Afternoon)
postato da: MissVengeance alle ore 11/06/2008 08:20
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lunedì, 09 giugno 2008
Rapidamente. Perché tanto del Divo hanno già detto tutto tutti quanti, e stare qui a tentare di mettere in piedi un'analisi dettagliata è solo inutile e dannoso. Però un paio di cosette le dico lo stesso, come al solito parlando di me ancor più che del film (se poi volete un'opinione seria, che lo dico a fare? Andate da lui).

Insomma.


Il Divo
di Paolo Sorrentino


Riesco perfettamente a capire quali possano essere considerati i difetti di un film come questo: c'è tanta maniera, valanghe di minuscole scene completamente fini a se stesse, che sembra quasi di sentire un ghigno soddisfatto del regista in sottofondo che dice agli amici "wa, quanto so' bravo". Ma che vi aspettate da una che ha fatto di Lady Vendetta il suo film-manifesto, che disprezzi la ricchezza stilistica e le scelte di montaggio un po' troppo azzardate e volutamente eccessive ed autocompiacenti? Su, siamo seri.
Il Divo non è un capolavoro, ma poco ci manca. E lo è proprio in virtù delle sue folli esagerazioni, delle macchiette che lo popolano, delle interpretazioni sopra le righe dei suoi protagonisti. Mi spiego meglio: per quanto io non sia una grande esperta in materia, una delle prime cose che mi sono venute in mente durante il film è stata l'opera lirica, così sfarzosa e ridondante, dove tutto è gridato, l'eccesso è la norma, i personaggi sono volutamente enormi, tragici, e per forza di cose costretti ad indossare quasi tutti un'unica maschera che li contraddistingua e permetta al pubblico di riconoscere al primo sguardo il loro ruolo all'interno della messinscena.



Paolo Sorrentino, che ovviamente si occupa di cinema e non di teatro lirico, fa tutto questo e anche di più: accorda infatti un taglio cinematografico (e ci mancherebbe) all'opera, le scene madre e gli assoli da tenore del solito immenso Toni Servillo sono supportate da una regia forte, che non ha alcuna intenzione di mettersi in disparte lasciando la scena ad attori e scenografie, ma che si sofferma sui dettagli, i volti, le rughe e le smorfie per esaltarli in un modo del tutto nuovo, creando un ibrido perfetto fra le due forme artistiche.

Osservando l'insieme in quest'ottica tutto assume finalmente senso: i personaggi minori, il tono grottesco di alcune scene, gli accostamenti musicali azzardati, la maschera di cera che sembra intrappolare il volto di Fanny Ardant e che "costringe" Toni Servillo in un'interpretazione fortemente caricaturale, è tutto perfettamente in linea con questa visione forse un po' delirante ma, finora, l'unica in grado di convincermi.



Facendo poi un passo indietro e tornando ai vari botta e risposta sulla questione "il cinema italiano va affossato", mi sembra ingeneroso riferirsi solo agli ultimi Sorrentino e Garrone per sostenere il contrario, quando appena un paio di mesi fa ci sono stati gli ottimi Virzì e Zanasi. Ma a quanto pare la commedia in Italia è sempre considerata un gradino sotto "perché se fa ridere è una cazzata".
Poi magari vedo anche Gomorra, ci conto.

Edit: per concludere il post in linea con quanto detto e col film stesso, ecco l'accostamento musicale che non c'entra NULLA ma che fa bene al cuore. Io il 18 sono lì.

postato da: MissVengeance alle ore 09/06/2008 11:26
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sabato, 07 giugno 2008


... I cannot help but fall
postato da: MissVengeance alle ore 07/06/2008 09:26
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venerdì, 06 giugno 2008
postato da: MissVengeance alle ore 06/06/2008 10:22
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giovedì, 05 giugno 2008

Be Kind Rewind - Gli Acchiappafilm

Di Michel Gondry

Se mediante le proprie opere alcuni registi cercano di raggiungere un determinato obiettivo, e mi piace pensare che nella maggioranza dei casi sia così*,  allora possiamo affermare con altrettanta certezza e una certa pretesa di oggettività che Gondry questa volta è riuscito nel suo intento, indipendentemente dai giudizi personali sul film, che è comunque più che apprezzabile. È innegabile il fatto che su internet abbiano iniziato a circolare negli ultimi mesi – anche grazie ad alcune iniziative promosse dalle case di produzione, ovviamente – una quantità incredibile di film “maroccati” o “sweded” che dir si voglia.
E credo che, al dilà del lato ludico della cosa, l'idea di girare un film con i propri mezzi per quanto limitati essi siano rappresenti un atto di appropriazione della materia cinematografica volto a soddisfare ad una pulsione interiore simile alla passione fisica, al bisogno di fare proprio l’oggetto venerato e di plasmarlo a propria immagine, in una sorta di cannibalistico ed estremo atto d’amore che diviene rito collettivo, esaltazione dell’arte, del Cinema e della memoria prima ancora (e molto più) che un omaggio alle videocassette, alle sagomine di cartone e i costumi in alluminio – tutto molto bellino, per carità, ma già visto e sviscerato nell’arte del sogno.

Ecco, parlando di Gondry come regista e sceneggiatore, solo senza il supporto del genio di Kaufman, si potrebbe parlare di un processo di crescita : nell’Arte del Sogno c’erano le sagomine carine, qui è riuscito ad incastrarle in un soggetto brillante e divertentissimo, oltre che a coinvolgere nella maniera più diretta e genuina i suoi spettatori. Al prossimo giro, ci conto, ci sarà anche una vera sceneggiatura.

* "Tipo, mi piace pensare che lo scopo di Soldato Jane fosse quello di fare un film veramente di merda" (cit.)

postato da: MissVengeance alle ore 05/06/2008 09:57
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