domenica, 27 aprile 2008
(O forse si.)


No, non lo è. perché in effetti il film l'ho già visto due volte, ok. E ne ho anche già scritto fin troppo. Ma rivederlo al cinema, seduta su una vera poltroncina, ah. Sembro una quindicenne al primo appuntamento.
postato da: MissVengeance alle ore 27/04/2008 10:36
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categoria:cinema, wes anderson, hype
mercoledì, 23 aprile 2008
La Zona
di Rodrigo Plà

Non ho voglia di scrivere un post. E' primavera, nonostante il maltempo che imperversa da giorni e settimane, con rare sporadiche eccezioni di mezze giornate assolate in cui comunque riesco a non fare nulla di bello e primaverile come andare a crogiolarmi al sole sul prato di Villa Pamphili o fra le dune sabbiose del litorale romano. Però è primavera, e si sente. Si sente perché sono pigra come non mai, resterei tutta la mattina a dormire e se non lo faccio finisco poi per vegetare il pomeriggio. Le rare volte in cui sono riuscita ad oppormi a questa maledizione della sonnolenza d'aprile mi sono rintanata nei cinema di trastevere e testaccio a trangugiare film, per poi non avere la voglia/la forza di scriverne nulla qui sopra. La Zona però meriterebbe un po' di sforzo, perché quando è uscito in sala non ce ne siamo quasi accorti, bombardati dai cartelloni pubblicitari di Juno o troppo intenti a lamentarci dell'impressionante quantità di titoli in uscita contenenti la parola "amore" per curarci di quelli sprovvisti della suddetta. Io stessa ho finito per notarlo del tutto casualmente, grazie a una serie di segnalazioni foriere fra i commenti di Prejudice. E insomma, basta con questi inutili aneddoti, parliamo del film.

La Zona è un film messicano che a Venezia nel 2007 ha vinto il premio come miglior opera prima. Nessuno se ne è accorto, evidentemente, perché qui in Italia è uscito in sole 27 sale, oltre che in mostruoso ritardo.
Si parla di un esclusivissimo quartiere residenziale arroccato fra le degradate periferie di Città del Messico, in cui in seguito ad un violento temporale che fa aprire una breccia nel'alto muro di cinta che protegge la Zona, si infiltrano tre sedicenni decisi a rubacchiare qualcosa dalle ville all’interno. La rapina ha esiti tragici, e la situazione degenera quando gli abitanti della zona decidono di farsi giustizia da soli, senza mettere al corrente la polizia perché questo farebbe automaticamente perdere loro tutti i privilegi di cui godono. Quella che segue è un’ora e mezza di spietata caccia all’uomo, un’impietosa parabola discendente che sprofonda senza esitazioni in un mondo dove la corruzione, portata avanti con le buone o con le cattive, è l’unica alternativa percorribile; dove la paura trasforma gli uomini in bestie, e dove la volontà dei molti divora con noncuranza la ragionevolezza dei pochi.



È facile leggere fra le righe di una storia come questa una forte denuncia sociale, eppure Rodrigo Plà non si limita a questo, o meglio non cade nel'errore di trasformare la pellicola nell'ennesimo, fin troppo facile esercizio retorico. Imbastisce invece un thriller in piena regola, sempre più claustrofobico (Miguel, il ragazzo in fuga, si addentra in prigioni sempre più anguste per sfuggire ai suoi inseguitori), tesissimo e coinvolgente, capace inoltre di dare spessore autentico al suo universo di esistenti, una gabbia, è il caso di dirlo, di insospettabili mostri.

Il risultato finale è un ottimo prodotto di cinema di genere, come non se ne vedeva da tempo. È un vero peccato vedere un simile gioiellino, prima vera sorpresa di quest'anno cinematografico, svanire così, inghiottito dall'indifferenza generale e ancora una volta da una distribuzione profondamente sbagliata. E a tal proposito consiglio la lettura del bel post scritto dall'amico Souffle, che ha recentemente colto l'occasione dell'acquisto dei diritti sul prossimo film di Michel Gondry, Be Kind Rewind, da parte della BIM distribuzione, per mettere in luce l'esistenza di un gap fra produttore e consumatore che sembra diventare sempre più incolmabile.
postato da: MissVengeance alle ore 23/04/2008 09:58
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categoria:cinema, 2008, cinebloggers
venerdì, 18 aprile 2008
Gone Baby Gone
(di Ben Affleck)

Le prime sequenze di Gone Baby Gone sembrano voler contenere tutti i colori e gli odori delle squallide periferie di Boston, i volti deformi ed i corpi laidi che le popolano, gli sguardi spenti e privi d'intelletto che, al pari di bestie da circo, autentici freaks, aspettano solo di essere ripresi dalla televisione locale, di destare attenzione e solidarietà, o anche solo un briciolo d'interesse. La macchina da presa si sofferma impietosa su questi fenomeni da baraccone, mentre racconta una storia che si dipana seguendo le regole rigide del senso d’appartenenza, quasi motivo di profondo orgoglio, a quelle strade, quei volti, quelle storie scolpite nelle rughe sotto gli occhi.

Gone Baby Gone, diciamolo subito, non è un film con una morale, come potrebbe sembrare. È invece uno scenario popolato di morali contrastanti, in continua lotta per la supremazia. Come può uno spettatore, arrivato fino in fondo, stabilire da che parte sta la Ragione, se mai ne esiste una?


Il finale (o meglio la seconda parte, dopo la morte di uno dei due agenti di polizia che accompagnano Casey Affleck nell'indagine) purtroppo non tiene il passo della prima, bellissima e dolente. Si esagera nei dialoghi, ma anche nei flashback esplicativi (troppo, troppo esplicativi!). Si potrebbe parlare forse di un eccesso di zelo da parte del regista, troppo ansioso di esplorare i fondali oscuri della trama come un sommozzatore in cerca di un corpo inghiottito dall'acqua. Ma il risultato complessivo è comunque ammirevole, forte delle splendide e riuscitissime interpretazioni di Casey Affleck, Amy Ryan e Ed Harris (un po' meno splendidi il solito monocorde Morgan Freeman - BASTA! - e la bella, inutilissima Michelle Monaghan).

La vera sorpresa del film è proprio Ben Affleck, che nonostante sia alla prima regia dimostra di saper raccontare con maturità e consapevolezza una storia tanto difficile, sia per le tematiche e le loro implicazioni, sia in quanto adattamento di un romanzo dagli snodi complessi (scritto da Dennis Lehane, già autore di quel Mystic River che tutti conosciamo nella sua declinazione Eastwoodiana). Di certo suo fratello Casey è molto più portato a fare l'attore di quanto non lo sia lui, che invece sembrerebbe aver trovato la sua strada come regista (come sceneggiatore l'avevamo già visto all'opera e aveva anche vinto un oscar - chissà se anche in Will Hunting la verbosità del protagonista era dovuta al suo estro creativo più che a quello di Matt Damon a cui tutti inconsciamente sbbiamo attribuito l'intera paternità dello script, vuoi perché apparentemente più dotato, vuoi perché talmente in parte nel film di Van Sant che era fin troppo facile cadere nel tranello dell'identificazione attore/personaggio).


Il film è uscito nei cinema italiani il 4 Aprile, in sole 13 copie.
Il pomodorometro su Rottentomatoes supera il 90% e sinceramente non mi spiego il motivo di una così bassa visibilità da queste parti, ma si sa, le vie della distribuzione nostrana sono oscure e imperscrutabili.

ATTENZIONE, PREGO:
Colgo l'occasione per invitare ufficialmente nella connection il caro Garriele, compagno di mille sciocche discussioni cinematografiche, visioni sincronizzate su msn e inguaribile Lynchiano. Votate gente, votate.
postato da: MissVengeance alle ore 18/04/2008 16:52
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categoria:cinema, 2008, cinebloggers
sabato, 12 aprile 2008
Ho qui una bozza, scritta in cinque minuti, di quello che vorrei dire su Gone Baby Gone. Spero di riuscire a dargli forma, perché in queste ultime due settimane, i più attenti l'avranno certamente notato, ho sofferto di una specie di "crisi creativa" e ho finito per lasciare il blog a se stesso, anche se di cose da dire ce ne erano tante.
Lasciate quindi che nel frattempo, per riprendere un po' la mano, vi parli della mia monomania:

Nick Frost, Edgar Wright, Simon Pegg

Vorrei cominciare da Spaced, che ho iniziato a vedere qualche giorno fa: la serie tv diretta da Edgar Wright nel 1999, scritta e interpretata dagli splendidi ed esilaranti Simon Pegg e Jessica Hynes è stata recentemente ripubblicata nella collector's edition (un autentico scrigno di meraviglie per gli amanti dei contenuti extra, con interviste, scene tagliate, documentari, commenti del cast) ovviamente solo in Gran Bretagna. Ma su Play.com costa talmente poco che è una vergogna ricorrere ai torrent, una volta tanto.
(Tra l'altro sempre da Play.com mi è arrivato a casa in questi giorni anche il dvd di Shaun of the Dead e vi prego, leggete con i vostri occhi quali e quanti sono i contenuti extra. C'è il commento audio degli zombie!)

Su Spaced ci sarebbe ancora molto da dire: è infatti di qualche settimana fa la notizia di un possibile remake americano della serie televisiva, per mano di McG e Adam Barr. Per capirci: il produttore di OC e lo sceneggiatore di Will e Grace. Mh. Wow. Come se non bastasse, Edgar Wright e compagnia bella sono venuti a conoscenza del progetto tramite notizie circolate su internet, dal momento che nessuno dagli Stati Uniti si era preso la briga di farglielo sapere anche solo con una telefonata di cortesia. Ottima mossa, bravi! Ora chiaramente stanno cercando di ritrattare, lasciando folli dichiarazioni in cui si professano fan di vecchia data di Wright&friends, ed amerebbero averli al fianco per qualche consulenza. Mh. Cèrto.
Io ho già firmato la petizione per boicottare questo scempio assicurato, qui.

Più recenti sono invece le notizie su The World's End: è questo il titolo scelto da Wright per il terzo e conclusivo capitolo di quella che lui, Simon Pegg e Nick Frost hanno amorevolmente ribattezzato "The Three Flavors Cornetto Trilogy" (ma come si fa a non amarli incondizionatamente, COME!) in uscita nel lontanissimo 2010 ma già hype assicurato per tutti i mesi a venire. Prima però, una volta tanto senza i fidati compari, vedremo Wright alle prese col suo primo film di produzione americana (protagonista Michael Cera, gulp!) ispirato alla serie di fumetti creata da Brian Lee O'Malley, Scott Pilgrim. E boh, speriamo bene, speriamo.

Prima di chiudere, passiamo apparentemente ad altro: fra i film visti questo mese di cui non ho parlato (e sono TANTI) c'è anche Run Fatboy Run (ma ne ha già scritto lui, dicendo tutto ciò che era importante sapere), simpatica commediola senza pretese dell'americano David Schwimmer (sì, Ross), che ai miei occhi è apparsa prima di tutto nella forma di un fulminante commento sul blog del solito, splendido Edgar:

"Go see RUN FATBOY RUN this weekend, if only to see Simon’s arse in tight shorts and Dylan Moran’s arse sans any shorts.
If that isn’t encouragement enough then I don’t know what you want from life."

Davvero, se non vi ho convinto neanche così non so proprio come fare con voi.
postato da: MissVengeance alle ore 12/04/2008 22:32
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categoria:cinema