mercoledì, 27 febbraio 2008
Non è un paese per vecchi (No country for old men)
di Joel e Ethan Coen, 2007

1 - No country for young ladies

Per svelare la mia natura di reginetta del circolo letterario, partiamo dai difetti.

Il rammarico più grande di No country for old men è la scomparsa quasi totale delle splendide, granitiche figure femminili che popolavano il romanzo di Cormac McCarthy. Niente di indispensabile ai fini della trama, ma le donne del western sono da sempre un po' troppo sottovalutate, e qui ridotte a banali figurette di contorno. Solo la magnifica Kelly MacDonald si salva in corner, con il duetto finale che la vede protagonista e che suona quasi come un ravvedimento: "Uh già, c'erano anche le mogli, eheh, magari la prossima volta".



2 - Call it, friendo

Poi c’è il confronto diretto con There Will Be Blood, visto che sembra sia indispensabile schierarsi dall’una o dall’altra parte della barricata.

Mettiamola così: No country for old men e There will be blood sono film che viaggiano su due binari paralleli. Ci sono gli uomini, prima di tutto. C'è la Storia, nascosta dietro quei volti impassibili, che sembrano incisi come ferro rovente sul cuoio. C'è l'avidità e la follia. Eppure i risultati a cui si giunge sono diametralmente opposti.

Se il Petroliere lasciava addosso il bisogno impellente di gridare e scalpitare, un entusiasmo quasi infantile in cui crogiolarsi festanti, il film dei fratelli Coen è una cassa di dinamite inesplosa, pronta a saltare in aria al primo scossone. Si rimane in silenzio, interdetti. Terrorizzati all'idea di muovere un passo, incapaci di parlare. Non c'è veramente nulla che io possa dire per trasmettere il senso di vuota desolazione, calco perfetto del romanzo di McCarthy, che si forma nella testa quando il film finisce. Non c'è città abbastanza lontana, o motel abbastanza desolato per sfuggire, VECCHI ti troverà a farà di te quello che vuole, porgendoti beffardo una monetina. Testa o croce? Non lo so. Non me la sento. Non gioco la mia vita con una stupida monetina.

Gli Academy Awards hanno comunque visto prevalere i Coen, per quel che ce ne può fregare. Anzi, non ce ne frega niente. Loser is the new winner. Ci piace così tanto fare il tifo per i perdenti, poter parlare di genio incompreso e credere sotto sotto che il pubblico becero degli Oscar non si merita e non capisce un film come quello di Paul Thomas Anderson. E si, in effetti la penso più o meno così.

3) Evil don’t look like anything

(Ce l’ha eccome, una faccia)



No country for old men e There will be blood sono due film enormi, "larger than life", per usare un'espressione più centrata. Si reggono entrambi su due prove attoriali impressionanti, tanto forti e totali da mettere soggezione. C'è poi il sangue, la terra, ci sono quei paesaggi terribili e sconvolgenti che sono l'America così come ce la immaginiamo quando lasciamo perdere New York, i suoi grattacieli ed i club. È l'America come sognavamo da bambini, quando di Carrie Bradshaw non ci importava un fico secco ed inseguivamo un ideale fatto di terre brulle ed ostili, west selvaggio da conquistare un passo alla volta, dove ad ogni passo corrisponde un'oncia del nostro sangue versato.

Precisazione: troppo spesso si tende ad identificare il cinema western con il duello sotto il sole fra buono e cattivo, tra Clint Eastwood e Gian Maria Volonté, tra la fanteria e i pellerossa. No, ecco. Quello è un sottogenere. E' una parte del tutto, che da sola perde valore e significato. West è prima di tutto un'idea, un sogno, uno sguardo più luminoso e vivido verso il futuro, una continua brama di conquista, di evoluzione, di superamento di barriere. No country for old men è tutto questo, ma anche il suo declino e la sua distruzione.

Un uomo trova una valigetta piena di soldi. Un uomo la prende ed inizia a fuggire. Un uomo rovina la sua vita in un istante. Perché cazzo, verrebbe da chiedersi? Non c'è bisogno di altre motivazioni: è il far west, baby.
postato da: MissVengeance alle ore 27/02/2008 16:48
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lunedì, 25 febbraio 2008
postato da: MissVengeance alle ore 25/02/2008 18:37
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sabato, 23 febbraio 2008
Fate finta che questo sia un tumblr, mh?
Per evitare di intasare tutte le vostre mail e finestre di msn lo metto qui e non se ne parla più.

Okkervil River live@Paradiso, Amsterdam, 9 Febbraio 2008.



[ The president's dead - Black - A hand to take hold of the scene - The latest toughs - A girl in port - Plus ones - You can't hold the hand of a rock and roll man - A stone - So come back now, I'm waiting - John Allyn Smith sails - Our life is not a movie or maybe - For real - Unless it's kicks - Okkervil river song - Tomb of an unknown rocker - Westfall ]

Gloria eterna a Fabchannel (dove trovate, fra i moltissimi altri, anche un grandioso concerto degli Of Montreal).

With all these cameras focused on my face
You would think that they could see it through my skin
They're looking for evil, thinking they can trace it
But evil don't look like anything
postato da: MissVengeance alle ore 23/02/2008 19:22
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sabato, 23 febbraio 2008
Potrebbe non sembrare un vero outing, perché gli Outkast sono giustamente riconosciuti come dei fighi in tutto il mondo. Ma, fortunatamente, qui c'è sempre youtube pronto a svelarci come stanno realmente le cose.


Youtube che misura il vero stato delle cose! Idlewild! Brutti film coi rapper! Tip Tap! I sottotitoli per cantare con Andre 3000! Adolescenti seminudi che ballano spalmandosi l'uno sull'altro, convinti di farlo solo per far ridere la ragazza che li riprende, su Rieducational channel!
postato da: MissVengeance alle ore 23/02/2008 10:33
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mercoledì, 20 febbraio 2008
La cosa più sorprendente e inaspettata di un film come lo scafandro e la farfalla è che le parti del film descritte dal personalissimo punto di vista del protagonista, quelle che narrano il lento decorso della malattia, i progressi e le piccole conquiste, siano poi le più belle ed intense, contro ogni aspettativa. Tant'è che quando, soprattutto nella seconda metà del film, iniziano ad aumentare i flashback e gli spezzoni di vita vissuta, questi sembrano quasi "pesare" rispetto al lieve candore dei primi perfetti dieci minuti, con la voce fuori campo, le immagini gradualmente messe a fuoco, la nascita e la solidificazione del rapporto fra Jean-Dominique Bauby e tutte le persone che si sono prese cura di lui al momento del suo risveglio e durante la stesura della sua biografia.

Julian Schnabel non utilizza mai la scusa della malattia per fare retorica spicciola - al massimo per divertirsi un po' nei  voli pindarici che in un lampo ci trasportano dalla spiaggia di Berck sur mer al deserto del Sahara, dalle strade deserte di una Lourdes notturna agli interni di un ospedale popolato di fantasmi ottocenteschi.
Come Bauby, siamo prigionieri di quell'inquadratura parziale, a volte un po' sbilenca, che ritrae la monotonia del mondo che lo circonda. Assieme lui fuggiamo attraverso i ricordi e le fantasie più sfrenate, viviamo di dettagli e riassaporiamo ogni emozione, anche la più insignificante, come quella di percepire sul volto il tocco di una mano estranea.



Come si possa restare impassibili di fronte ad una storia tanto sentita e sincera io non lo so, a dire il vero non ci ho nemmeno provato, ma insomma, fa uno stranissimo effetto ritrovarsi in una saletta da novantacinque posti in compagnia di una ventina di estranei in lacrime. Ho tirato un paio di volte su col naso e sono corsa via un secondo prima che si accendessero le luci.



(Tom Waits - All the world is green)

Edit - meglio tardi che mai: il cineclassificone 2007 dei cinebloggers è finalmente online, qui. Andate e diffondete.
postato da: MissVengeance alle ore 20/02/2008 23:28
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martedì, 19 febbraio 2008
Parliamoci chiaro: There Will Be Blood è un film grandioso. Mostruoso, quasi, nella sua enormità. Non si può nemmeno definirlo perfetto, perché sfora in diverse occasioni l'idea di perfezione, la oltrepassa senza curarsene e tira dritto per la sua roboante strada fatta di fango e petrolio.



Di fronte alla magniloquenza di Paul Thomas Anderson e del "suo" Daniel Day-Lewis è impossibile, se non inutile e dannoso, cercare di ragionare, soprattutto dopo una frettolosa prima visione. Ma è anche impellente il bisogno di parlarne, di fissare idee e impressioni, lanciare grida di folle gioia ed innalzare festoni e bandiere sventolanti per acclamare il ritorno, a distanza di sei anni, della più grande giovane promessa del cinema americano. Sei anni, cazzo. Non so neanche se ero nata, sei anni fa.
Ma, per dire, domenica sera per arrivare al cinema ne ho passate di tutti i colori. Il multisala in centro era stracolmo a mezz'ora dall'inizio e abbiamo dovuto raggiungere in fretta e furia un'altro cinema più defilato. In motorino, con quel freddo lì. Tant'è che adesso ho un certo mal di gola, e ieri sera la febbre era pronta a fare capolino, mentre immergevo la testa fra i suffumigi e le tisane ai chiodi di garofano. Ma non importa. Come non importa aspettare col fiato sospeso per sei anni (sei anni, poi, da Punch-Drunk Love, che sarebbe certamente un film molto sottovalutato, se non fosse preceduto e seguito da cose enormi come Magnolia e There Will Be Blood). Non importa, dicevo, se questi sono i risultati. Paul Thomas Anderson non ha prezzo e vale ogni attesa, lui, le sue arroganti colonne sonore e la totale nonchalance con cui oltrepassa beffardo ogni limite umano.



(Poi magari scrivo due parole anche sul film, domani).
postato da: MissVengeance alle ore 19/02/2008 14:46
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sabato, 16 febbraio 2008
-scusate il ritardo-

postato da: MissVengeance alle ore 16/02/2008 20:19
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giovedì, 14 febbraio 2008
Stavo prendendo in seria considerazione l'idea di scrivere un post su Cloverfield senza averlo visto. Tanto bene o male credo di sapere cosa finirò per dire dopo, e dal momento che per ora sono a corto di argomenti di conversazione, beh, perché non tentare la sorte? Altro che prejudice, qui avevo già pronto un post intero di serissime considerazioni sull'idea di cinema (cit.) contenuta in un film coi mostri che non ho visto. Ed erano tutte considerazioni positive! Perché non solo penso che quello che ormai potremmo definire come il marchio di fabbrica di JJ Abrams sia un modo di fare marketing intelligente e a suo modo geniale - e con gli stessi mezzi e metodi sono comunque in pochi a riuscirci bene come lui - ma anche perché apprezzo senza riserve l'idea di ricominciare ad andare al cinema senza sapere nulla o quasi del film che si sta per vedere. Le settimane passate a rinfacciarsi "Se lo vedi prima tu non dirmi NIENTE o non siamo più amici!", come se non esistesse internet per scoprire in qualsiasi momento ogni retroscena. Guardare e riguardare il trailer cercando di capirci qualcosa ma senza voler davvero sapere. Un film tanto postmoderno nella realizzazione da scatenare la reazione del tutto opposta, antica, di far riscoprire il gusto dell'attesa. Nelle sale in cui proiettano Cloverfield dovrebbero permettere agli spettatori di fumare, o di battere le mani, o di fischiare alle ragazze con la gonna, non so.

So solo che il film non l'ho ancora visto perché ho dato la precedenza ad Allen (male) e poi non ho avuto molto tempo libero, ma domani esce There will be blood e anche lì non voglio saper nulla. Nulla. Come di No country for old men. Io che degli spoiler me ne sono sempre fregata allegramente, mi scopro innamorata dell'idea di entrare in sala con una sorta di incoscienza e di inconsapevolezza negli occhi, senza sapere a cosa vado incontro.


Note a margine:
questo post è uscito così, non so nemmeno io perché e come. Però da qualche parte dovevo pur cominciare, per riprendere in mano i destini di questo blog trascurato. Fate finta che sia un buon segno.
postato da: MissVengeance alle ore 14/02/2008 09:27
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sabato, 09 febbraio 2008
Questa edizione di Outing andrà in onda in forma ridotta per favorire la produzione di un altro post serio nel tardo pomeriggio. Anche se comunque "ridotta" non è una parola che si adatta ai Clancy Brothers, questo è certo.

postato da: MissVengeance alle ore 09/02/2008 13:14
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giovedì, 07 febbraio 2008
(La premessa)

Il cinema pomeridiano è un’esperienza che dovrei cominciare ad accantonare. L’ho capito ieri, mentre io e mia madre, strette in quella specie di corridoio che chiamano la sala 3 del cinema Greenwich, a Testaccio, venivamo travolte dal chiacchiericcio del pubblico femminile (età media: 70 anni) che commentava ogni scena e momento rivelatore del film come se stesse guardando un episodio di Beautiful. A nulla sono valsi i miei sguardi carichi d’odio (e vi posso assicurare, chi mi conosce di persona confermerà, che i miei sguardi sanno essere davvero carichi d’odio, quando mi ci metto), a nulla è valsa la speranza che il film le conquistasse e chiudessero la bocca, no, anzi, tutto l’opposto. Io al cinema ho bisogno di silenzio. Non vado in una sala da quaranta posti alle cinque del pomeriggio perché penso sia più facile socializzare col vicino di poltrona, ci vado sperando di non trovarci nessuno. Il mio odio cresce esponenzialmente se penso che sono le stesse persone che accusano i ggiòvani di maleducazione perché salgono dalla porta centrale sull'autobus e non le fanno passare avanti in fila al supermercato.
Ma poi penso anche che le alternative sono il Warner Village con gli adolescenti urlanti o il dvd a casa sul mio schermino quattordici pollici. Allora tiro un sospiro (che sembra più uno sbuffo) e sopporto in silenzio. Ma vi odio comunque, logorroiche vecchiacce. Che sia chiaro.

(Il post)

Caramel è un film leggiadro, che intesse con garbo e delicatezza le storie di tre donne che lavorano in un centro estetico a Beirut, dei clienti abituali, gli amici e conoscenti che vi gravitano attorno. Una storia femminile, in cui non a caso gli unici personaggi maschili fissati in un’inquadratura degna di questo nome sono quelli che si azzardano a varcare la soglia di questi microcosmi, a cercare non di svelare ma quantomeno intravedere il filo sottile e segreto che cuce assieme vite, destini e sguardi tanto diversi fra loro. C’è quella che sta per sposarsi, quella che aspetta con trepidazione adolescenziale una telefonata dal suo amante egoista, quella che tenta disperatamente di fermare l’incedere crudele del tempo e della vecchiaia. Storie piccole, minuscole, mai sopra le righe nonostante i molti espedienti stravaganti di cui sono composte.
Almeno un paio di scene perfette e struggenti (ma a pensarci bene me ne vengono in mente anche di più) nonostante il tono dimesso, quasi sussurrato, con cui vengono descritte: la finta telefonata tra la protagonista (e regista) Nadine Labaki e il poliziotto di quartiere; la cena fra amiche nell’albergo a ore; quel taglio di capelli finale, piccolo passo verso la felicità.
Caramel dimostra compostezza e carattere, non cela la propria vena poetica ma anzi, riesce a fare del suo tenero romanticismo un punto di forza, senza mai annoiare o risultare patetico. I riferimenti al cinema di Almodovar sono evidenti solo sulla carta, e mi sembrano sminuire il valore di un’opera pienamente autonoma, così luminosa ed intensa. La colonna sonora, composta appositamente da Khaled Mouzanar, è semplicemente perfetta. Non sarà il film dell'anno - soprattutto quest'anno - ma ad avercene, di film minori così belli.

postato da: MissVengeance alle ore 07/02/2008 11:51
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