Ci sarebbero molte cose da dire su
L'assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford. A partire dal titolo, bellissimo, col suo tono cupo, drammatico ed epico, che lascia presagire la presenza di un alone di leggenda a ricoprire l'intera storia. E' un titolo che inganna, perché di mitico e leggendario c'è ben poco nella vicenda che narra il lento e straziante declino di Jesse James, un paranoico angelo della morte che tutti temono e nessuno ama.
Ci sarebbe molto da dire, insomma, ma stavo per finire col non dire nulla, perché è un periodo difficile, la tesi mi impegna tanto, e il poco tempo libero cerco di passarlo il più lontano possibile da questo aggeggio infernale e dalle sue invitanti lucine colorate.
Ho visto il film due giorni fa, infatti, e fino ad ora ero riuscita a resistere, a stare lontana dalla schermata di Splinder. Ma è impossibile arrivare in fondo a centosessanta minuti così e non dire nulla, fosse anche un sonoro sospiro di sollievo (in fondo, ecco, non come quello seduto dietro a me che ha sentito il bisogno di esprimere i suoi sentimenti a gran voce per tutta la durata del film).
Jesse James, dicevamo (Scusate ma tendo un po' a perdere il filo, in questi giorni).
Il tono epico preannunciato da quel titolo è un miraggio di cui scorgiamo il continuo luccicare in lontananza, e che non riusciamo mai a raggiungere e toccare con mano. In questo senso, il lavoro svolto da Andrew Dominik è tanto furbo quanto geniale: la scelta è quella di demitizzare Jesse, il bandito eroe del popolo, di lasciare alla voce narrante il compito di descriverci la sua grandezza ed il suo valore, mentre la camera non fa che mostrarci un uomo in declino, con un passato troppo glorioso per riuscire a contemplare l'idea del suicidio, con un presente troppo meschino per avere la forza di viverlo ancora.
Si dovrebbe parlare dell'assassinio di Robert Ford, allora, dei suoi sogni di bambino infranti nello scontro con la cruda realtà, del tranello giocatogli da Jesse James che, approfittando delle sue debolezze e della sua delusione, gli ha messo in mano l'arma del boia, condannandolo ad una vita segnata dal rimorso, e privandolo del posto d'onore nella mitologia western che tanto agognava.

L’assassinio di Jesse James è un film magnifico, capace di cogliere e di sfruttare ogni respiro, ogni fruscio del vento, ogni cambio di espressione. Il merito va tanto agli attori, tutti, quanto alla delicata sensibilità del regista, dall’uso di una fotografia di così grande impatto alla scelta di utilizzare continui rimandi e citazioni ad alcuni fra i più famosi western atipici della storia del cinema (Il mucchio selvaggio di Sam Peckimpah per la scelta e l’uso dei personaggi secondari; Sentieri selvaggi di John Ford per la decisione di portare sullo schermo un personaggio protagonista che suscita così poca simpatia pur essendo tanto carismatico; I compari di Robert Altman per le atmosfere algide, la musica avvolgente, i paesaggi innevati; e poi basta perché in effetti la mia conoscenza del genere non va molto oltre, preferisco restare nel vago e non delimitarne i confini).
Un film certo non privo di difetti, a partire proprio dalla sua eccessiva lunghezza – non lentezza, sia chiaro, ho amato senza riserve quello splendido senso di attesa, dell’imminente arrivo di una catastrofe preannunciata dal cielo grigio, dal volo degli uccelli, dalla luce negli occhi dei fratelli Ford – e dalla scelta di introdurre un numero troppo elevato di personaggi secondari, difficili da gestire tutti insieme. Difetti secondari, però, che a distanza di un paio di giorni non sono più che ombre, alla luce del ricordo intenso ed emozionante lasciato dall’intera pellicola. Si sfiora il capolavoro.