sabato, 29 settembre 2007
Gira su youtube da qualche giorno il nuovo spot girato da David Lynch per un profumo Gucci. Non è certo la prima volta che il buffo omino si dedica alla pubblicità (ricordo di aver visto qualche tempo fa due suoi bellissimi spot per la playstation 2, quello esilarante col cerbiatto e l'altro inquietantissimo, impregnato dal suo stile più puro e delirante). Ricordavo anche quello delle sigarette, e una favolosa - fa.vo.lo.sa - pubblicità progresso contro l'inquinamento nella città di New York (non ho mai più buttato cartacce in terra, da quando l'ho vista). Poi andando a scavare più a fondo se ne trova una quantità infinita, quasi ingombrante. Altri profumi, caffè in lattina, album di Michael Jackson, automobili, pasta Barilla (!!!). Insomma, se devo dirla tutta fatico a riconoscere in quei filmati lo stesso adorabile omino che alla domanda "Cosa pensa del product placement?" rispondeva candidamente e senza esitazioni "Bullshit!"


Sarà anche vero che un regista capace trasforma lo spot pubblicitario in qualcosa di molto vicino all'arte (Michel Gondry è il primo nome che mi viene in mente, e quello spot della Levi's con le sirene è tutt'ora fra i miei preferiti di sempre); lo so che product placement e advertising non sono la stessa cosa; e capisco anche che se i tuoi film vengono distribuiti sì e no in trenta sale in tutto il mondo ad un certo punto dovrai anche trovare un modo diverso per continuare a finanziarli, ma ci vedo un'incoerenza di fondo che non riesco a spiegarmi. Forse la risposta è già espressa nelle mie obiezioni. Forse devo lasciare che la pubblicità guardi dentro di me. Forse mi faccio troppe seghe mentali.
Ogni altra teoria in merito è sicuramente ben accetta.
postato da: MissVengeance alle ore 29/09/2007 22:17
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categoria:david lynch
venerdì, 28 settembre 2007
Nonostante la lunga lista di avversità (sciopero dei mezzi, code inumane, scene di follia collettiva, cappuccini a tre euro) che hanno infestato questa lunga mattinata, sono lo stesso riuscita ad aggiudicarmi i biglietti per un paio di première all'auditorium in occasione della festa del cinema di Roma (18-28 Ottobre 2007), in vendita da questa mattina alle 11.
C'è da dire che la gestione e la vendita di biglietti ed accrediti è molto prossima alla definizione da vocabolario di "disorganizzazione", soprattutto se a questa fosse già sottintesa una forte tendenza al grottesco. Gente ammassata, bigliettini col numero come dal macellaio per avere un posto in fila, numeri che "si signora, c'è scritto 430 ma in realtà è 330, non l'aveva capito?", sale da duemila posti che si riempiono dopo trenta persone quando si possono acquistare un massimo di due biglietti a testa per ciascuno spettacolo (sì, per vedere Francis Ford Coppola ci sono state scene da concerto dei Beatles nel '65). Io sono mediamente soddisfatta, quello che non riuscirò a vedere non lo vedrò per sfiga, più che altro (Terrence Malick e Martin Scorsese sono a Roma il 24, quando io sarò dal lato opposto del pianeta), ma soprattutto ho assicurato senza grosse difficoltà il mio posto per Across the Universe, il mio film-hype della stagione. Spero di recuperare ancora qualcosa nei prossimi giorni, magari quando all'università si decideranno a darci un orario definitivo delle lezioni, in ogni caso sarò lì quasi sempre.
Se poi volete evitare il mio errore e risparmiarvi la fila i biglietti li potete acquistare anche online qui o in altre biglietterie meno affollate (la lista è qui). Ci si vede.
postato da: MissVengeance alle ore 28/09/2007 19:12
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categoria:cinema, 2007, festa del cinema di roma
mercoledì, 26 settembre 2007
(Disclaimer: questo post è molto lungo. Per aiutarvi ho messo in grassetto alcune delle parole chiave per evitarvi di passare il tempo a leggere paragrafi che non vi interessano e saltare direttamente alle cose importanti. Viziati.)

Se sono scomparsa pressoché nel nulla questi ultimi dieci giorni, uno dei motivi è sicuramente l'avvento nella mia vita di Prison Break. Poi sì, ho anche studiato, visto gli Stars ieri sera, incontrato cari cinebloggers (che saluto senza star qui a mettere i link, tanto lo sapete chi siete), però sostanzialmente il fatto è che in quattro-cinque giorni mi sono vista tutta la prima serie di Prison Break. Che per i lost-addicted come me è una gran cosa, ci sono tanti personaggi e tanti intrecci, tante persone misteriose che agiscono nell'ombra e una manciata di colpi di scena t-o-t-a-l-i inseriti al momento giusto, tant'è che gli si perdonano ben volentieri quei due-tre buchi di sceneggiatura che ci hanno afflitto all'inizio.



Poi ci sono i complotti, ed io sono in quella fase della dipendenza da serie tv in cui la tua vita somiglia incredibilmente a quella dei protagonisti, il ché non è bello se i protagonisti sono dei detenuti in un carcere di Chicago, e io ormai vedo complotti ovunque, sogno gente che mi lancia coltelli dagli alberi, cerco vie di fuga dai camerini dei negozi d'abbigliamento, ho chiesto a mia madre di servirmi il pranzo su un lurido vassoio di legno e di non andare mai oltre le carote bollite ed il pane raffermo*.



Ma veniamo alle cose serie, che diamine.

I Simpson - il film, di David Silverman, è esattamente, come tutti hanno già detto fino alla nausea, un puntatone. Un bel puntatone. Un'altra cosa che è stata ripetuta fino alla nausea e per la quale potrei uccidere è la presenza in scena di un maiale, sapete benissimo di chi sto parlando e non intendo ripetere il suo nome, io lo odio e soprattutto non capisco come faccia una persona sana di mente ad arrivare in sala e ridere a crepapelle vedendo quella scena (si, quella) facendo finta di essere sorpreso (guarda! è sul soffitto!) quando tutti noi, in un modo o nell'altro, l'abbiamo già vista decine di migliaia di volte nei trailer, su youtube, a casa di un amico, riprodotta in scala 1:10 o nel presepe vivente. A parte questo, il film dei Simpson è sì grazioso e scorrevole, a tratti divertente, a tratti molto divertente, a tratti prevedibile e retorico. Ma via, era solo un puntatone. Ci hanno messo dieci anni a realizzarlo, cosa volevate di più? Viziatissimi.



In the Valley of Elah di Paul Haggis.
Cominciamo col dire che Paul Haggis ha una passione mania tutta sua di raccontare il mondo attraverso gli occhi di un bambino fifone che cambia cuore quando una figura genitoriale (non per forza un vero parente) gli racconta una stupida storia legata al suo nome o al suo mantello invisibile. Diciamo anche che Paul Haggis a tratti ci piace e a tratti ci provoca ribrezzo, e stavolta si avvicina più al secondo caso. In The Valley of Elah, siamo onesti, non è certo un film facile. Prima di iniziare la mia filippica in cui mi lamento della retorica in cui sono state affogate alcune immagini e scene, vorrei spezzare questa lancia a favore di Haggis: non è facile parlare di guerra senza prendere una posizione. Non è facile parlare dell'attuale situazione militare statunitense senza rischiare di dire cose già dette centinaia di volte. Ora che ho spezzato la lancia, continuiamo. Non è facile dicevo, ma non c'è nemmeno bisogno di portare avanti la storia in un tripudio di banalità e scene prevedibli (quello della bandiera è solo il caso più eclatante), sprofondando ogni possibile immagine significativa in un mare di retorica al rovescio, in cui si passa dal "siamo ameregani, i più forti e fichi" a "qui è un casino, ma noi siamo belli coraggiosi e pronti a rimboccarci le maniche, col vostro aiuto possiamo farcela". Aspetto con ansia Redacted di Brian de Palma, che come nel caso di The Prestige/the Illusionist sarà portato per forza di cose ad un confronto diretto con il suo più immediato predecessore.
Comunque, Tommy Lee Jones si riconferma il più bel sessantenne in circolazione. E con questo credo di aver concluso, finendo di rovinare la mia reputazione.



(*alcune di queste cose sono realmente accadute, ma preferisco non specificare quali)
postato da: MissVengeance alle ore 26/09/2007 20:29
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categoria:cinema, the simpsons, prison break, 2007, paul haggis, cinebloggers, in the valley of elah
venerdì, 14 settembre 2007


(I had to get up in the morning at ten o'clock at night, half an hour before I went to bed, eat a lump of cold poison, work twenty-nine hours a day down mill, and pay mill owner for permission to come to work, and when we got home, our Dad would kill us, and dance about on our graves singing "Hallelujah.")
postato da: MissVengeance alle ore 14/09/2007 12:15
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giovedì, 13 settembre 2007
I'm Not There - Io Non Sono Qui, di Todd Haynes

Ricordo che ad una conferenza stampa veneziana lo scorso anno, per la presentazione di Inland Empire, Justin Theroux disse qualcosa come "Non guardate il film, lasciate che sia il film a guardare voi". Ecco, io credo che senza troppa presunzione una frase del genere sia applicabile anche al film di Haynes, I'm not there.



Per questo non ha importanza conoscere nei dettagli della vita e della storia di Bob Dylan, lui sarà comunque in grado di parlarvi al cuore. La forza della musica, mi piace pensare. L'universalità delle immagini. Non so. Confesso che la prima visione del film mi ha lasciato in stato confusionale, e speravo di riuscire a ritagliarmi il tempo di una seconda visione prima di questo post, ma poi gli altri appuntamenti veneziani hanno preso il sopravvento.



Di certo il titolo non poteva essere più azzeccato: Bob Dylan non c'è. Non viene neppure nominato. Ne scorgiamo appena il profilo, subito prima dei titoli di coda. Eppure è lì, sei volte sullo schermo, sei volte se stesso ma mai interamente se'. Quello che Todd Haynes fa con questo film è gridare al mondo un'incessante ed irrefrenabile dichiarazione d'amore, tanto grande da non poter essere contenuta in un semplice biopic, figuriamoci in un solo personaggio. Ciascuna delle sei interpretazioni si fonde all'altra in un coro, un unico canto d'amore al poeta che visse sei volte, forse anche qualcuna di più.

Se, Jie - Lust, Caution, di Ang Lee

Non ho certamente visto tutti i film in concorso a Venezia, ma per quanto mi riguarda basta fare il nome di Haynes per dire che il leone d'oro quest'anno è stato scelto tirando i dadi. O evitando di correre rischi, di aprirsi a nuove scelte, non saprei, fatto sta che l'ultimo film di Ang Lee è veramente una lagna interminabile. C'è una trama fitta (davvero nella sceneggiatura c'è lo zampino hollywoodiano? Ma dai, non l'avrei mai detto), gli attori sono belli e bravi, le location sono bellissime e suggestive, c'è uno che sembra Keanu Reeves ma col naso a patata e si, mi dilungo in questi inutili commenti perché non so davvero cosa dire.



La prima parte del film promette anche bene, di sicuro mi ha messo una gran voglia di giocare a mahjong - una volta sapevo anche le regole ma è passato tanto tempo - e quel goffo omicidio casalingo è una scena da incorniciare sotto ogni aspetto, ma poi la noia sopraggiunge, il coinvolgimento emotivo langue e la sensazione di déja vu o di so-già-come-andrà-a-finire è veramente alta.
Volete sapere delle scene di sesso? Si, ci sono e lasciano ben poco spazio all'immaginazione, ma arrivano quando ormai stanno già dormendo tutti.

Ed ora, Tony Leung come tutti noi amiamo ricordarlo:


postato da: MissVengeance alle ore 13/09/2007 10:35
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mercoledì, 12 settembre 2007
Atonement - Espiazione, di Joe Wright

Atonement, il romanzo di Ian McEwan, è forse uno dei libri che conosco meglio.
Ora. Io odio quelli che escono dal cinema indignati gridando "si ma il libro era tutta un'altra cosa" e "hanno sbagliato, la  penna che usava il protagonista era d'oca, non di fagiano", che stanno a sindacare su presunti errori di messa in scena, lacune e difetti, ma confesso di essermi armata dei peggiori pregiudizi quando all'inizio dell'estate ho saputo della sua imminente trasposizione cinematorgrafica.
E forse è anche per questo che alla fine il film mi è sembrato molto meno peggio di quello che credevo - questa comunque non  è esattamente una lode, meno peggio non significa bello - ma non riesco proprio a dare l'insufficienza al lavoro di Joe  Wright: di certo non è il coraggio a mancargli, se dopo una carriera televisiva ha deciso di cimentarsi con due romanzi che  in epoche diverse sono stati fra i capisaldi della letteratura britannica. Non è neanche lo stile: il pianosequenza girato sulla costa francese, con i soldati in ritirata che attendono l'arrivo delle navi è uno dei momenti più alti e lirici della pellicola, oltre che un ottimo espediente per riassumere la parte più prolissa del romanzo raccogliendo in un'unica lunga inquadratura tutti gli elementi destabilizzanti del rimpatrio (l'immensa folla di soldati lasciati soli a se stessi, i mezzi di trasporto distrutti per non lasciare nulla al nemico, il senso di smarrimento).



Ma al dilà di questo, Espiazione non è molto più che un buon film drammatico, di quelli in cui gli attori sono tutti bellissimi ed hanno sempre gli occhioni lucidi, gli uomini piangono sullo schermo e le donne fanno altrettanto in sala. Se la storia è ottima il merito resta di McEwan (fra i produttori del film, tra l'altro). Rimangono alcune buone scelte registiche, una fotografia molto curata ma a tratti un po' troppo da cartolina (detto anche "effetto coppa del nonno") e un cast in ottima forma (tranne Keira Knightley: se sapesse recitare sarebbe perfetta per la parte di Cecilia, peccato che sia tremenda). Insomma è perfetto  se volete concedervi un bel piantarello e sentirvi sedicenni per un paio d'ore, ma il libro è veramente tutta un'altra cosa.
postato da: MissVengeance alle ore 12/09/2007 18:59
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categoria:cinema, 2007
venerdì, 07 settembre 2007

(ovvero: un modo come un altro per unire la notiziola del giorno al mio assente stato d'animo.)

Scopro solo ora (via Vitaminic) che l'artwork dell'ultimo album dei Menomena Friend and Foe è curato da Craig Thompson, già autore del meraviglioso Blankets.
Un motivo in più per comprarlo, direte voi.
Eh, si, dirò io. Appena inizieranno i saldi su Play.com. Sono una studentessa universitaria, mica Rockfeller.

(doot doot garden: the artwork of Craig Thompson)
(i Menomena su myspace, meglio ancora sul delirante sito ufficiale)

il meraviglioso video di Evil Bee invece eccolo:

postato da: MissVengeance alle ore 07/09/2007 18:33
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categoria:blankets, craig thompson, menomena
mercoledì, 05 settembre 2007
Uscita dal cinema avevo il mal di pancia. Giuro. Non è un modo per dire che il film fa schifo, o che la visione del piccolo feto di cui tanto si è parlato sia stata sconvolgente: è tutto il film, lo scorrere lento; la camera a mano che segue da vicino la protagonista come a volerne registrare ogni sospiro, ogni sussulto; l'atmosfera oppressiva e schiacciante; l'individualismo e le piccole o grandi crudeltà di ciascun personaggio; l'ansia. Solo uscendo dalla sala mi sono resa conto di aver guardato tutto il film con i muscoli dello stomaco contratti, da cui il mal di pancia a fine proiezione.

Quattro settimane, tre mesi e due giorni, è un film che ferisce per il suo freddo distacco, l'occhio clinico con cui studia tanto da vicino la dolorosa vicenda umana che ci descrive e l'assenza di pathos con cui il dramma è inscenato. Non c'è commozione quando i titoli di coda iniziano a scorrere. Non c'è sollievo, perché non sappiamo neanche dire se si è trattato o no di un lieto fine (la signora dietro di me ha provato a risolvere l'enigma dicendo "beh lei s'è salvata, no? è finito bene!" ma non è stata esattamente quello che io definisco convincente - e poi a dirla tutta CHI si sarebbe salvato? La piagnona? Ah, ora si che mi sento sollevata). Non c'è pietà, sympathy, solo uno strano dolore che ad un paio di giorni dalla visione non mi ha ancora lasciato del tutto.
Colpa di quella camera a mano traballona, ci scommetto.

(Nota a margine: a tratti la camera a mano smetteva di essere traballona, ed era davvero molto bello a vedersi. Creava ansia e tensione, si soffermava sugli sguardi più che sulle parole, riprendeva schiene eloquenti. Poi però ricominciava a dondolare nel buio ed io imprecavo in silenzio )
postato da: MissVengeance alle ore 05/09/2007 12:41
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categoria:cinema, 2007, cinebloggers
sabato, 01 settembre 2007
Mentre tutti gli occhi sono puntati su Venezia, i preparativi del Milano Film Festival (14-23 Settembre) sembrano quasi giunti al termine.



Senza addentrarmi nei particolari dell'ampio programma, che potete comodamente visionare sul sito ufficiale della rassegna, mi sembrava importante e socialmente utile segnalare le rassegne FocusCorea, che offrirà la possibilità a grandi e piccini di (ri)vedere su grande schermo il beneamato Mostro Grosso (ma anche alcuni film Di Kim ki-Duk e CiccioPark, giusto per citare i nomi più noti) e Soundoc, che include nel suo programma il bellissimo Fearless Freaks, documentario sulla travagliata storia dei Flaming Lips.

Ci si vede lì, insomma.
postato da: MissVengeance alle ore 01/09/2007 14:38
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categoria:cinema, corea, 2007, milano film festival