Soffio, l'ultima fatica di Kim Ki-Duk, esce oggi nelle sale italiane. Grandi speranze abbiamo tutti noi riposto in questo film, che sin dal trailer sembrava promettere - ecco, non esattamente bene, perché l'idea che mi ero fatta dalle foto promozionali e dalla trama era che il buon vecchio Kim (ki-Duk per gli amici), arresosi di fronte all'evidente fiasco, fosse tornato sui passi di ferro 3 girandone una specie di versione alternativa.
Ci saremmo probabilmente accontentati anche solo di questo, ma Breath, Soffio o Soom, che dir si voglia, è davvero un film splendido.

Certamente recupera molte delle tematiche care al regista - la violenza, il triangolo sentimentale, la prigione, il silenzio, lo scorrere ciclico delle stagioni, la musica e gli sguardi volti a creare un legame molto più saldo di quello dato dalle parole (stavolta il film non è quasi interamente muto, ma ogni espressione verbale non è che un torrenziale monologo, accompagnato dalla cronaca degli eventi descritta e scandita dalla televisione), ma se L'Arco era stato una delusione per l'eccessivo manierismo, e la sensazione costante di un film che aveva voluto strafare, qui fortunatamente si esce dalla sala provando il sentimento opposto.

Breath scorre in un arco di tempo ristretto, un rigido inverno in cui però vediamo scivolare, una nell'altra, tutte le altre stagioni. Gli intensi incontri nel braccio della morte fra i due protagonisti si svolgono tutti grazie alla concessione di una sorta di misterioso deus ex-machina, un direttore di prigione che sempre più riusciamo ad identificare con lo sguardo stesso dello spettatore (e del regista, ovviamente). Uno sguardo apparentemente misericordioso, sempre riflesso attraverso lo schermo da cui spia tutti gli incontri, ma che man mano ci appare distorto e crudele, privo di occhi, impassibile e incapace di comprendere, come anche noi, la vera natura di quelle visite.
Breath è respiro, fiato da trattenere sott'acqua, soffio vitale e sottile confine fra vita e morte. Una morte difficile da accettare, conoscendone già l'esatta data e ora. Meglio piuttosto un gesto avventato ed improvviso, doloroso ed inesorabile, che non un lento procedere verso l'esecuzione. Meglio soffocare d'amore che attendere il proprio destino in una cella, meglio scoppiare vita nella sala visite di un carcere che morire un po' alla volta affogando nei piccoli dolori quotidiani.
Ci saremmo probabilmente accontentati anche solo di questo, ma Breath, Soffio o Soom, che dir si voglia, è davvero un film splendido.

Certamente recupera molte delle tematiche care al regista - la violenza, il triangolo sentimentale, la prigione, il silenzio, lo scorrere ciclico delle stagioni, la musica e gli sguardi volti a creare un legame molto più saldo di quello dato dalle parole (stavolta il film non è quasi interamente muto, ma ogni espressione verbale non è che un torrenziale monologo, accompagnato dalla cronaca degli eventi descritta e scandita dalla televisione), ma se L'Arco era stato una delusione per l'eccessivo manierismo, e la sensazione costante di un film che aveva voluto strafare, qui fortunatamente si esce dalla sala provando il sentimento opposto.

Breath scorre in un arco di tempo ristretto, un rigido inverno in cui però vediamo scivolare, una nell'altra, tutte le altre stagioni. Gli intensi incontri nel braccio della morte fra i due protagonisti si svolgono tutti grazie alla concessione di una sorta di misterioso deus ex-machina, un direttore di prigione che sempre più riusciamo ad identificare con lo sguardo stesso dello spettatore (e del regista, ovviamente). Uno sguardo apparentemente misericordioso, sempre riflesso attraverso lo schermo da cui spia tutti gli incontri, ma che man mano ci appare distorto e crudele, privo di occhi, impassibile e incapace di comprendere, come anche noi, la vera natura di quelle visite.
Breath è respiro, fiato da trattenere sott'acqua, soffio vitale e sottile confine fra vita e morte. Una morte difficile da accettare, conoscendone già l'esatta data e ora. Meglio piuttosto un gesto avventato ed improvviso, doloroso ed inesorabile, che non un lento procedere verso l'esecuzione. Meglio soffocare d'amore che attendere il proprio destino in una cella, meglio scoppiare vita nella sala visite di un carcere che morire un po' alla volta affogando nei piccoli dolori quotidiani.

postato da: MissVengeance alle ore 31/08/2007 20:25
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