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categoria:musica

Non ho poi molta voglia di spiegare perché 300 non mi ha convinto. Non ho molta voglia di sentirmi dire che, ah, se volevi un film impegnato potevi andarti a vedere i fratelli Taviani, anche perché questa è una risposta del cazzo. Lo sapevo benissimo che genere di film mi aspettava, non ho certo storto il naso per principio. E questa è la cosa più imbarazzante: quando un film è indifendibile come questo, i suoi sostenitori accusano chi non l'ha apprezzato cercando di sminuirne le capacità di discernimento. No, eh. Non ci sto. Se 300 è una boiata assumetevi la responsabilità di aver amato un film pacchiano e roboante, esagerato, ridicolo in scene che dovrebbero essere serie (per non dire drammatiche), non accusate me di aver sbagliato sala. Poi d'accordo, diciamola tutta: c'è del buono, nascosto fra un'infinita scena al rallentatore e un rinoceronte/mammuth in corsa, fra i plagi del Gladiatore e l'osceno doppiaggio italiano (no no, non parlo dell'adattamento, ma proprio delle voci). Ma per la maggior parte il merito è dell'ottimo Frank Miller, non certo del misconosciuto cast (scoprire che Serse è Paulo di Lost è stato un trauma, davvero.) o di Zack Snyder, che sembra ricopiare frettolosamente lo stile di Rodriguez, al più sostituendo l'acquarello alla china di Sin City.
Brutta roba, davvero.
(Senza dimenticare la drammatica esperienza in sala del tizio seduto dietro di me che dopo aver parlato per mezz'ora sussulta senza motivo apparente rovesciando sulla mia schiena una buona metà della sua confezione maxi di pop corn. Sono cose che credevo succedessero solo nei film americani di fine millennio.)
C'era una volta Mean Streets. C'era una volta C'era Una Volta in America (e su, passatemela, anche se fa pena). C'era una volta Sleepers. Storie di ragazzi senza futuro. Storie di una strada che fa schifo, dove non c'è via di scampo, dove tuo padre ti indica i peggiori fra i tuoi amici come modelli da seguire, perché loro sono dei gran bravi ragazzi, e sanno come si sopravvive in un posto del genere. Sognare di andartene non è inutile, ma addirittura dannoso: ti fa diventare un traditore, un codardo, un senzacuore incapace di badare alle persone care.
Questa è la storia di Dito Montiel, sfuggito al prevedibile destino che l'avrebbe atteso nei sobborghi di New York per cercare di dare una svolta alla propria vita, e tornato a casa quindici anni dopo per fare i conti con suo padre, ormai moribondo, e per fronteggiare una volta per tutte gli spettri del proprio passato.

Mike ama andare avanti e indietro per la città con la metropolitana, avanti e indietro. Ed il film sembra seguire questo movimento oscillatorio, indugiando fra flashback e flashforward, soffermandosi su piccoli dialoghi, alternando la delicata leggerezza di un'inquadratura in cui due ragazzi fissano incantati la macchiolina sul finestrino di un treno e la classica rappresentazione della dura vita di strada, con quei dialoghi sentiti mille volte, piccole scintille che innescano prevedibili e rovinose reazioni a catena. Ecco qui guida per riconoscere i tuoi santi, un film che mescola con una curiosa naturalezza frammenti di poesia pura a scene rubate al più prevedibile dei manuali. A fare da compenso ci sono però delle prove d'attore davvero notevoli, una colonna sonora, quella si, eccezionale, e le labbra di Rosario Dawson che, ecco, sono sempre un gran bel vedere.
(E poi ecco, per dirla proprio tutta tutta: ma quale Channing collotaurino Tatum, il più fico è Robert Downey Jr, diamine.)
Aggiornamenti:
Il trailer più breve e convincente che io abbia mai visto.
Bilancio della prima settimana di cin cin cinema.
Film visti a casa: due
Film visti al cinema: zero.
La buona notizia è che il nuovo album dei Wilco, Sky blue sky, è a piede libero. E a tratti è immenso.
Provateci voi, a starvene barricati fra studio e lavoro per un mese abbondante. Provateci, a non avere il tempo di andare al cinema per trenta giorni e poi a recuperare quantomeno l'indispensabile. Andate a vedere lettere di Iwo Jima a quasi tre settimane dall'uscita e, coraggio, scrivete qualcosa sul film che non puzzi di banalità lontano un miglio. Un pensiero originale, avanti, uno!

Ne ha già parlato chiunque, ho malauguratamente letto tutto il leggibile e ora non riesco ad aggiungere una riga senza sentire dentro una voce che grida "plagio! plagio!".
Lettere da Iwo Jima è un film bellissimo, c'è da commuoversi anche solo per la forza visiva dei colori e della fotografia, Clint è il nonno dei miei sogni sin da quando l'ho visto allenare Hilary Swank con tanta amorosa dedizione, la guerra è orribile, i soldati soffrono tutti allo stesso modo, hanno lo stesso identico umore ma la divisa di un altro colore.
E beh? Qui di recensioni vere ne trovate a palate, a che serve una in più? Ho lottato, credetemi, per scrivere qualcosa di più intelligente ed elaborato, ma l'unico pensiero non ancora espresso finora è stato "ho le allucinazioni o Saigo somiglia a Mido?"
Fortuna che domani arriva cin cin cinema.
Quanto è sottile il confine fra film e fiction in Italia? No one knows. Non più almeno.
Ozpetek dirige un film a tratti bellissimo, soprattutto per i piccoli dettagli, le caratterizzazioni, i personaggi di contorno (la scena della ragazza al telefono mi ha - si può dire? - quasi commosso). Poi però si perde in melodrammi troppo dolorosi, troppo già visti centinaia di volte per ottenere un esito originale, ed in scelte visive discutibili, nel senso più letterale del termine: c'era bisogno di un virtuosismo tanto esagerato e pretenzioso quando il cinema italiano è ridotto così male da aver bisogno di ricominciare tutto da capo, quando per contrasto la sceneggiatura tende a ristagnare nei soliti cliché? Quello che manca ad Ozpetek, a mio parere, è un filo di grottesca ironia, unica possibile via d'uscita per non trasformare una storia di dolore in dramma da fiction rai. I buoni propositi però ci sono tutti, davvero. Il cast sorprende, e Ambra Angiolini è brava più di quanto potessi immaginare nonostante fossi stata avvertita, così come Luca Argentero. Margherita Buy è splendida, e riesce a reinventarsi anche se le affidano ormai sempre lo stesso ruolo (al contrario di Stefano Accorsi che basta, per favore, non è neanche bello. Che bisogno c'è?).
In sostanza, la speranza c'è ancora. Forse se il regista turco smettesse di voler essere Almodòvar, di cercare Accorsi per i suoi film, di usare lo stesso plot per più di una pellicola, ecco, forse...
