Credevo quasi di averla persa, di aver buttato il foglio per sbaglio, e invece eccola qua, intatta: la brutta copia della traduzione che mi ha fatto prendere trenta e lode all'esame di mediazione linguistica. E ora la scrivo qui, certo non per farvi vedere quanto sono brava io, ma per farvi leggere le parole stupende di Leonard Peltier.
"La vita in prigione è una cosa alla quale non ci si abitua mai. Quando dormo, sento le voci di persone, alcune delle quali morte da molto tempo, come mio padre. E quelle voci sono una tortura. Domandarsi ogni giorno, ogni ora, se verrà mai il giorno in cui sarai di nuovo libero, è una forma di tortura molto particolare, che ogni giorno, ogni ora prende il suo pedaggio sul cuore e nell'anima. Soprattutto quando devi spiegare a tuo nipote perché non ti faranno uscire per assistere alla sua partita di calcio. E' una cosa che ti divora dall'interno, sentire la sua voce di bambino domandare: "Nonno, ma perché non finisci la tua sentenza e basta?" Pensava che la mia sentenza fossero solo un sacco di parole che dovevo scrivere, come quando nella sua classe, per punizione, veniva assegnata una frase da ricopiare per pagine e pagine. Non poteva certo capire che la mia sentenza dura il doppio di una vita normale.
Uno dei nostri grandi capi spirituali Lakota, il defunto Matthew King, diceva: "Solo una cosa è più triste che ricordare di essere stati liberi, ed è dimenticarlo. E' questa la cosa più triste".
Ed è qualcosa che io, Leonard Peltier, non farò mai.
Non scorderò mai il sapore della libertà.
Ne' dimenticherò la vista dell'alba o del tramonto.
Nella speranza di rivederli di nuovo, un giorno.
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